venerdì, 13 giugno 2008

Nell’inferno dove vivono gli angeli

d570fbf4740e253c6c0fa052ae426a94.jpgdi Giulia Cananzi, foto di p. Floretta

«Un inferno popolato dai bambini dove non ho mai incontrato un vecchio e da cui si ritorna con un graffio nel cuore», così padre Danilo Salezze, direttore generale del «Messaggero di sant’Antonio», descrive le grandi discariche intorno a Manila, all’indomani di un viaggio nelle Filippine per mettere a punto il progetto di giugno, il più impegnativo per la Caritas Antoniana. Un unico grande progetto, una scuola per 600 scavenger, i bambini che rovistano tra i rifiuti in cerca di pezzi buoni da rivendere. La discarica è un microcosmo: in essa si lavora, si vive, si gioca, si vende e si compra in un’assurda normalità. È la pianta malata di un Paese contraddittorio in cui la forbice tra ricchi e poveri continua ad allargarsi, complice la corruzione e un processo d’inurbamento selvaggio che ha ammassato milioni di derelitti nelle grandi periferie. 43 milioni di filippini vivono con meno di due dollari al giorno.

In una vita fatta di nulla, anche i rifiuti diventano un tesoro, tanto che intorno a essi si è creata una piccola economia che coinvolge i bambini. Ai bordi delle montagne di spazzatura stratificata sorgono le baraccopoli, a volte sospese su palafitte fatiscenti, altre volte incastonate nei cimiteri, come a Navotas, tra le tombe, in un caotico miscuglio di vita e morte.
In questi luoghi vivono migliaia di bambini, molti abbandonati, moltissimi non iscritti all’anagrafe. Per legge non esistono. E da anonimi spesso muoiono, come nel 2000, quando un crollo improvviso a Payatas, la più grande discarica della capitale, ne inghiottì a decine. Vuoti a perdere come le bottiglie di vetro e plastica che trasportavano sulle spalle, in sacchi più grandi di loro.
In questo girone dantesco padre Danilo è andato con una guida di eccezione: Genny Carraro, italiana, nostra referente, raro caso di operatrice umanitaria non vedente. Genny appartiene al Children’s Relief Fund, un’associazione locale che ha due centri, i Papa John, per il recupero dei minori delle discariche e che Caritas Antoniana sta sostenendo da sei anni. Assieme a loro, qualche operatore e padre Paolo Floretta, il fotografo, l’occhio attento di questo reportage.
Seguiamo lo strano manipolo nell’inferno dove vivono gli angeli attraverso le parole di padre Danilo, gli occhi di padre Paolo, il cuore di Genny, il nostro Virgilio cieco.

Dal diario di padre Danilo:

«Non si può dimenticare Manila. Ciò che hai visto ti resta attaccato alla pelle, ti pesa sul cuore. L’emozione più grande è un bambino, vestito di stracci che, vedendomi in tonaca, mi prende la mano e se la porta alla fronte in cerca di una benedizione. E non mi chiede altro.
Genny mi guida a Navotas, uno dei quartieri più popolosi della periferia. Visitiamo una baraccopoli sospesa su palafitte nel marciume nerastro della baia di Manila. La spiaggia su cui cammino è un letto di spazzatura. Saliamo su un ripiano sconnesso. Mi sorprende l’autonomia di Genny. Dagli ampi buchi tra i tronchi s’intravedono nell’acqua alcune canne spezzate. Mi balena un pensiero atroce: se un bambino cadesse da qui? Ai lati delle viuzze s’affacciano le baracche, anfratti da cui sbucano timidi sorrisi, neonati seminudi, mani che salutano. Mi spiegano che basta un tifone per inghiottire in un attimo queste vite in bilico.
La seconda tappa è il cimitero. Ha l’entrata solenne di tutti i camposanti, ma se continui vai davvero in un altro mondo: tra le tombe, nelle tombe, sulle tombe, si dorme, si gioca, si mangia, si vende, si respirano odori di ogni tipo, si vegliano i morti del giorno prima. Intorno fango, liquami, cani rognosi anch’essi cimiteriali e un mare di bambini che sorridono. Poi la vita ti sorprende: tra i loculi un gruppo di ragazzini ha costruito un biliardino. E capisci che questa è la loro normalità».

Payatas

«Payatas a Quezon City è la più grande discarica di Manila. Una montagna, anzi una catena montuosa di rifiuti. Sulle pendici, frotte di rifiutati intenti a un’arrampicata di sopravvivenza. Il sole a picco riscalda la spazzatura e la montagna fuma, ribolle di miasmi insopportabili. Un Golgota di poveri cristi che affondano nei marciumi, emergendo con brandelli di niente. Un niente che li fa vivere, almeno fino a domani...

Tra loro moltissimi bambini, armati di uncino. I più fortunati hanno un paio di stivaletti di plastica, gli altri affondano con i piedi nella melma. Alcuni sembrano piccolissimi, ma è difficile dare l’età ai bambini denutriti. Ti sorridono ma sono affetti da pustole e infezioni di ogni tipo, alcuni hanno ciuffi di capelli rossi: non è tintura, è l’effetto della mancanza di nutrienti essenziali. Payatas è anche il regno della criminalità e della prostituzione, dell’abuso e della colla aspirata per non sentire la fame.
Chiedo a Genny: “Tu come vedi questi bambini?”. Mi risponde come sempre, senza la retorica del non vedente che fa l’eroe: “Sono vivacità, movimento, risate: un turbinio di vita intorno a me. Le loro manine piccole mi stringono, mi toccano, mi accarezzano, hanno per me il calore del primo raggio di sole all’alba. E sento che se ridono loro tutto è possibile”. Capisco che lei vede oltre e oso: “Che cos’è il limite Genny?”. “È un aspetto della condizione umana. Non voglio dire che la mia cecità non sia un limite, ma è anche una sfida a vedere in modo diverso, a non dare nulla per scontato. Quando prendo per mano uno di questi bambini, ricordo quando altri prendevano per mano me per permettermi di correre, di giocare, di disegnare... di essere me stessa”.

c010944714db67c52fb5af8bacb27bf7.jpgMentre cammino nel sentiero fangoso, cercando di schivare il peggio, penso a san Francesco: il suo famoso bacio al lebbroso come potrebbe riattualizzarsi qui a Payatas?
Di lì a poco mi arriva la risposta, incredibile, sorprendente. Ai piedi della montagna dannata m’imbatto in una chiesetta dedicata a sant’Antonio. All’interno la sua statua sorride di fronte a decine di bambini che si ammassano intorno a volontari: c’è chi medica pustole, chi dà da mangiare, chi insegna qualche parola d’inglese. Il nostro Santo è arrivato fin qui già da tempo e forse ci stava aspettando».

«Siamo a Muzon Taytay, nella provincia di Rizal, confinante con Metro Manila. Finalmente una boccata di speranza. Qui costruiremo aule e laboratori e li affideremo allo Shalom Learning Center, un’ottima scuola, creata da insegnanti specializzati nel recupero dei bambini di strada, che sta per chiudere perché non è in grado di sostenere l’affitto dei locali.

Costruire una scuola ai confini delle baraccopoli non è solo un fatto di mattoni e cemento. L’ho capito quando ho visto le operatrici filippine fare scuola nelle palafitte: prima di iniziare assegnavano a ciascun bambino un nome, gli restituivano per quel che potevano il diritto di esistere. L’ho capito anche quando una mamma di Navotas, guardandomi con occhi tristissimi, mi ha detto nel suo inglese stentato: “No school, no future” (niente scuola, niente futuro).

775b741410450c00853e8022d677d6e9.jpgNelle filippine c’è uno dei peggiori sistemi scolastici del mondo: con 60 bambini per classe, non si può né insegnare né apprendere. La Shalom ha classi di 25 bambini, che segue a 360 gradi arrivando ad aiutare anche le famiglie. La scuola che costruiremo potrà accogliere 600 bambini, offrirà formazione umana e professionale, seguirà i piccoli anche dal punto di vista psicologico. Diventerà un polo educativo, un modello da proporre in altre zone.

Le Filippine mi fanno l’ultima sorpresa: sul luogo dove verrà costruita la scuola le insegnanti hanno creato un perimetro di bambini. La vita non si arrende, grazie a Dio».

 

Il Progetto in breve

Costruzione della scuola:

 

  • 10 aule
  • 3 laboratori
  • biblioteca
  • aula computer
  • sala insegnanti
  • mensa
  • infermeria
  • area ricreativa
  • stanza per insegnante del turno di notte
  • uffici amministrativi
     
  • Mobilio, attrezzature e corsi di formazione Euro 250 mila in due anni

Approffondimenti direttamente sul sito:

http://www.messaggerosantantonio.it/messaggero/home.asp

venerdì, 23 maggio 2008

"Luigi Einaudi. La nascita dell'Italia repubblicana e la costruzione dell'Europa", al Quirinale

4b5fd922233f2755002f540d729368d0.jpg"Luigi Einaudi. La nascita dell'Italia repubblicana e la costruzione dell'Europa" è il titolo dell'esposizione ospitata al Palazzo del Quirinale fino al 6 luglio. La mostra, prima di una serie di iniziative che si svolgeranno per celebrare il sessantesimo anniversario dell'elezione di Luigi Einaudi a Presidente della Repubblica (1948), è promossa dalle due Fondazioni, di Roma e di Torino, intitolate a Luigi Einaudi e realizzata in collaborazione con la Presidenza della Repubblica e la Banca d'Italia.

Curata da Roberto Einaudi, l'esposizione ripropone la figura di Luigi Einaudi: economista liberale, professore all'Università Bocconi di Milano e all'Università di Torino, viticoltore nel suo podere a Dogliani, raffinato collezionista di libri rari, giornalista de -La Stampa-, -Corriere della Sera- e -The Economist-, direttore di riviste scientifiche come la -Riforma Sociale- e la -Rivista di storia economica-, Governatore della Banca d'Italia dal 1945 al 1948, Presidente della Repubblica dal 1948 al 1955.

Opere d'arte, fotografie, testimonianze inedite e oggetti quotidiani, provenienti dagli archivi dello Stato, dalla Presidenza della Repubblica, dalla Banca d'Italia, dalla Camera dei Deputati, dalla Fondazione Corriere della Sera, dalle Fondazioni intitolate a Luigi Einaudi, dalla famiglia Einaudi e da collezioni private, documentano le fasi della vita di quest'intellettuale e statista di alto rigore morale e forte impegno civile. Le opere in mostra, oltre a far luce sulla figura di Einaudi, concorrono alla ricostruzione della memoria storica dell'Italia.

Vengono per l'occasione ricostruiti i tre studi di Luigi Einaudi: lo studio alla Banca d'Italia dove progettò la stabilizzazione della lira; lo studio al Quirinale, da dove garantì la ripresa della vita democratica dell'Italia repubblicana; lo studio-scala di San Giacomo, prediletto luogo di appartata riflessione.

All'interno degli ambienti evocati o ricostruiti troveranno posto i documenti, gli oggetti, i quadri, gli arredi, i dipinti e le sculture originali.

Il percorso della mostra si articola in più sezioni affidate a studiosi coordinati da Pierluigi Ciocca: dall'infanzia alla prima guerra mondiale, agli anni oscuri del fascismo e della guerra, alle proposte einaudiane per l'Europa, alla Consulta e alla Costituente, dove nacquero le nuove istituzioni democratiche, alla ricostruzione economica come Governatore della Banca d'Italia e Ministro del Bilancio, fino alla Presidenza della Repubblica.

Il podere di San Giacomo in Dogliani, acquistato a soli ventitre anni, indebitandosi, e' il luogo più amato da Luigi Einaudi. Vi ritornò sempre, per curare i suoi vigneti e la sua grande biblioteca, arrivata nel tempo a 70.000 volumi.

La mostra è arricchita da un documentario di Luca Einaudi e Nicoletta Leggeri, in collaborazione con l'Istituto Luce, sulla vita del Presidente. Il film ricostruisce, attraverso fotografie e riprese originali, gli anni formativi e la prima maturità di Luigi Einaudi, la sua esperienza durante la dittatura fascista e l'esilio svizzero, la stagione della Consulta e della Costituente, soffermandosi sulla carriera di Governatore della Banca d'Italia, Ministro del Bilancio e Presidente della Repubblica.

Dopo l'esposizione al Quirinale, la mostra sarà ospitata in autunno a Milano a Palazzo Reale e nella primavera 2009 a Torino, presso l'Archivio di Stato.

Orari: dal martedì al sabato 10:00 - 13:00 e 15:30 - 18:30. Domenica ore 8:30 - 12:00. Lunedì e festività chiuso
Ingresso libero durante la settimana, la domenica ingresso 5 euro con visita al Palazzo

Comprendere il Novecento. Percorsi e strumenti di ricerca

3b4e0229f854d97d540e88e3a21f5e12.jpgManifestazione conclusiva dell'iniziativa "A Roma Conoscere la Storia di Roma - Un incontro tra la Scuola e gli Archivi"
In programma il 27 maggio 2008 presso il Teatro dei Dioscuri la presentazione dei lavori dei laboratori di storia realizzati nell'ambito della 10° edizione del progetto didattico "A Roma Conoscere la Storia di Roma - Un incontro tra la Scuola e gli Archivi"...


"A Roma conoscere la Storia di Roma – Un incontro tra la Scuola e gli Archivi" è un'iniziativa rivolta alle scuole di ogni ordine e grado organizzata dall'Archivio Storico Capitolino, dalla Federazione Nazionale Insegnanti Sezione Roma e dalla Regione Lazio in collaborazione con il Ministero per i Beni e le Attività Culturali Direzione Generale per i Beni Librari Istituti Culturali e il Diritto d'Autore e l'IMES Istituto Meridionale di Storia e Scienze Sociali.

Apertasi lo scorso 21 febbraio con il convegno "Comprendere il '900. Percorsi e strumenti di ricerca" presso il LSS "Manfredi Azzarita", l'iniziativa si pone l'obiettivo di approfondire con i ragazzi delle scuole romane la conoscenza di eventi significativi e vicende storiche salienti di Roma, a partire da una riflessione sugli strumenti di lettura e di interpretazione del secolo breve, attraverso l'incontro con i documenti ed il laboratorio di storia.


Data e ora inizio: 27 maggio 2008, ore 9.30
Data e ora fine: 27 maggio 2008 ore 13.00
Luogo: Teatro dei Dioscuri
Indirizzo: via Piacenza 1 
Ingresso: gratuito
Tel.: 06 67108102
Fax: 06 68806639
E-mail: l.francescangeli@comune.roma.it
Link: www.archiviocapitolino.it
Organizzazione: Comune di Roma Archivio Storico Capitolino
Fnism Federazione Nazionale Insegnanti Sezione Roma
Regione Lazio
in collaborazione con:
Ministero per i Beni e le Attività Culturali Direzione Generale per i Beni Librari Istituti Culturali e il Diritto d'Autore
IMES Istituto Meridionale di Storia e Scienze Sociali
Promotore: Comune di Roma Assessorato alle Politiche Culturali Dipartimento Politiche Culturali
Archivio Storico Capitolino

venerdì, 09 maggio 2008

La mafia è una montagna di merda

b0612e05ffced1f5156b36b83104e32b.jpginteressante quest'articolo di Francesco Forgione pubblicato oggi su Liberazione ricordando Peppino Impastato

Anzi, la sua antimafia era voglia di rivoluzione, assalto al cielo, conflitto sociale e anche generazionale, nuove forme di comunicazione e, soprattutto, irrisione del potere.
Radio Aut fu una delle prime radio libere in Italia e Peppino capì il valore dell'uso della parola, della comunicazione, della controinformazione in una realtà costruita sul silenzio sociale e sull'omertà. Qualche anno prima, quando ancora le radio libere non erano comparse sulla scena dell'informazione, Peppino ne aveva visto nascere una, rudimentale, si poteva ascoltare solo nel raggio di poche centinaia di metri e la sua esistenza, brevissima, rappresentava già un fatto rivoluzionario: era la "radio dei poveri Cristi", creata a Partitico, a pochi chilometri dalla sua Cinisi, da Danilo Dolci. E proprio con lui, sociologo triestino che aveva scelto la Sicilia per trasferirvi il suo impegno, Peppino incontra il valore e la pratica della nonviolenza attraverso quel lavoro che, anche grazie a Danilo Dolci, prima e dopo il terremoto del Belice, farà di donne e uomini senza storia i protagonisti di straordinarie lotte contro la mafia, per l'acqua, per il lavoro. E' una straordinaria stagione di lotte che rigenerano anche il ruolo e il radicamento delle organizzazioni storiche della sinistra e del movimento operaio.
Da Radio Aut, anni dopo, nella fase del compromesso storico e della palude siciliana del potere politico -mafioso, il sistema veniva combattuto, i mafiosi beffeggiati col loro nome e cognome, i politici collusi smascherati. Il Consiglio e l'amministrazione comunale Dc-Pci di Cinisi, descritti come il "Gran consiglio della tribù", il cui capo non era il sindaco, ma "don Tano Seduto", quel Tano Badalamenti che, allora capo della cupola mafiosa di Cosa Nostra, prima dell'avvento dei corleonesi di Riina e Provenzano, tutto poteva tollerare tranne che essere irriso pubblicamente.
8487b0d53fe49b5d181fa9537d0ddfe1.jpgPeppino viola tutte le "regole", rompe tutti i codici, comincia dalla sua famiglia, famiglia di mafia: come si dice in Sicilia, "è sangue pazzo". Credo sia proprio questa la lezione più grande che ci lascia: il coraggio e la forza di rompere con culture e valori radicati, la ribellione ad ogni forma di familismo amorale e mafioso, collante ancora diffuso di una egemonia culturale che in tanta parte del Sud consente alle mafie di rigenerare potere e consenso. Nel suo ribellarsi e nella continua ricerca di una autonomia culturale e politica di linguaggi, in un contesto in cui anche la sinistra ufficiale era spesso silente e subalterna al blocco di potere dominante, c'è tutto il suo essere figlio del sessantotto e di quella straordinaria stagione sociale, politica, culturale che tanto ha influito anche nella Sicilia di quegli anni. Rifiuta ogni compatibilià di quel suo mondo, e di quella realtà. E forse sa anche di dover morire, quando, negli ultimi giorni della sua vita, candidato nelle liste di Democrazia Proletaria, addita pubblicamente Badalamenti come trafficante di armi e di droga. Quasi un'auto-condanna nella Sicilia muta di quegli anni.
Ma era la sua libertà a muoverne le scelte e l'impegno, non la sua incoscienza.
Per tutto questo, dopo trent'anni, Peppino Impastato continua ad indicarci una strada, diverse da altre, di impegno sociale e di lotta contro la mafia.
Nell'anno e mezzo vissuto da presidente della Commissione parlamentare antimafia, ho incontrato decine e decine di scuole, università, gruppi di volontariato, in una straordinaria esperienza di conoscenza e di ascolto. La cosa che più mi ha colpito è come e quanto Peppino sia diventato un esempio e, perché no?, un simbolo per migliaia e migliaia di giovani e di ragazzi e per una nuova generazione militante. E così scopri che nelle scuole medie di Reggio Emilia o nel liceo di Napoli, nell'istituto gestito dalle suore in Toscana come all'università di Torino o a quella di Bari, e persino in alcune scuole elementari, centinaia e centinaia di giovani e giovanissimi o hanno visto il film o fatto la tesi e poi il seminario o il dibattito su Peppino Impastato e la sua antimafia e scopri anche quanto questi ragazzi conoscano e si sentano amici di Giovanni e Felicetta che da anni girano l'Italia parlando di antimafia sociale.
E' il lavoro che tocca anche a noi che vogliamo continuare a batterci, nonostante i tempi inclementi e tempestosi, per un'alternatica radicale e di società.
Sappiamo che la mafia, negli anni del liberismo e della globalizzazione, è diventata uno dei soggetti e dei fattori più dinamici del processo di modernizzazione capitalistica che ha trasformato il paesaggio sociale e produttivo della Sicilia e del Mezzogiorno, costruendo attorno a se un vero e proprio blocco sociale, organico e funzionale al sistema di potere dominante. Per questo l'antimafia non può vivere di ecumenismi, deve rappresentare una chiave di lettura critica della realtà e recuperare una grande dimensione sociale. Occorre un cuore nella nuova stagione della lotta alla mafia, se se ne vuole aggredire la natura e l'essenza di grande holding economico-finanziaria criminale: colpire i patrimoni, i capitali, le ricchezze e la sua capacità di accumulazione e di gestione dei grandi flussi finanziari.
In fondo la lezione di Peppino Impastato è tutta qui, nel comprendere che la lotta contro la mafia non può vivere dentro l'esclusiva dimensione repressiva e giudiziaria, ma deve mettere in discussione interessi materiali, strutture politiche, assetti del potere, codici culturali e sociali. Deve essere protagonismo diretto, diffuso e di massa, indignazione e ribellione e, sopratutto, ricerca continua di "un altro mondo possibile". Perché se, lui come urlava dai microfoni di Radio Aut, "la mafia è una montagna di merda", una società, una politica, un sistema di imprese, istituzioni e partiti, che la tollerano e se ne fanno imbrattare non possono in alcun modo appartenerci.

venerdì, 25 aprile 2008

25 aprile

f07dfc3d0c90e5da0f41c4104f031c86.jpg«Mantenere viva la memoria della Lotta di Liberazione» e appello ai «giovani per raccogliere il testimone». Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha aperto così al Quirinale le celebrazioni per i 63 anni dalla Liberazione.
Il 25 aprile è «una data solenne» che i giovani non devono dimenticare ma «battersi contro gli attuali nemici della democrazia: l'autoritarismo e l'integralismo». «I nostri padri - ha detto Napolitano incontrando i rappresentanti delle associazioni combattentistiche militari e partigiane - hanno realizzato il sogno dell'Italia unita, la nostra generazione ha sconfitto il nazifascismo e gettato le basi dell'Europa unita, fino al superamento della lunga stagione della guerra fredda e con l'abbattimento del muro di Berlino». Il partigiano Gerardo Agostini ha puntato il dito contro la crescente indifferenza verso coloro che si opposero ai nazi-fascisti. «Se questa è la riconoscenza, forse tutto quello che abbiamo fatto non è servito,ci incoraggia un risveglio di interesse fra i giovani per questi temi, ma non basta. Vorremmo che le istituzioni dessero un segnale più forte per mantenere alta l'attenzione attorno a queste date, affinchè la memoria degli italiani sia sempre viva».

Bravo Presidente

sabato, 19 aprile 2008

"Impermanence: The Time of Man"

Impermanence: The Time of Man," è una video installazione che esplora la natura temporale della vita. Sviluppato per "The Missing Peace

L'installazione è basata su 122 interviste prese con le persone, che hanno risposto alle domande circa i loro pensieri sulla Impermanence

 

domenica, 23 marzo 2008

La nostra Pasqua è Cristo

















«Prima della festa di Pasqua, sapendo Gesù che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine» (Gv 13,1).
La parola Pasqua, fratelli, non è come alcuni credono, una parola greca, ma ebraica: ma c’è un singolare rapporto in questa parola tre le due lingue. Soffrire, in greco, si dice "páschein"e per questo Pasqua è considerata sinonimo di passione, come se essa traesse la sua etimologia appunto da passione; mentre nella sua lingua, l’ebraico, Pasqua significa passaggio, e la ragione di questo nome sta nel fatto che il popolo di Dio celebrò la prima Pasqua quando, fuggendo dall’Egitto, attraversò il Mar Rosso. Ora, questa immagine profetica ha trovato il suo compimento nella verità, quando Cristo fu condotto al macello come una pecora. E’ allora che con il suo sangue egli ha segnato le porte delle nostre case, cioè con il segno della sua croce sono state segnate le nostre fronti e con tale segno siamo liberati dalla schiavità di questo mondo, rappresentata, nella allegoria profetica, dalla prigionia in Egitto. E noi compiamo un passaggio alla salvezza, passiamo a Cristo, da questo mondo incostante e instabile nel suo regno, le cui fondamenta sono indistruttibili. Perciò dunque facciamo il passaggio a Dio immutabile, per non finire anche noi col mondo che muore. A proposito di questa grazia che abbiamo ricevuta, l’Apostolo, elevando lodi a Dio, dice: «Egli ci ha sottratto dal potere delle tenebre e ci ha trasportati nel regno del Figlio e della sua carità» (Col 1,13).
L’evangelista vuole appunto darci questa spiegazione della Pasqua, che, come ho detto, significa passaggio: «Prima della festa di Pasqua - egli dice - sapendo Gesù che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre…». Ecco la Pasqua, ecco il passaggio. Da dove e per dove? «Da questo mondo al Padre»…
«Sapendo - dunque - Gesù che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine». Voleva cioè che essi, da questo mondo dove si trovavano, passassero al loro capo che da questo mondo era passato, per mezzo dell’amore che egli portava loro. Che significano infatti le parole: «sino alla fine», se non fino a Cristo? «Il termine della legge è Cristo - dice l’Apostolo - a giustificazione di ogni credente» (Rm 10,4). Si tratta della fine che perfeziona, non della fine che uccide: la fine è la meta verso cui siamo diretti, non la fine dove troveremo la morte. E’ proprio in questo senso che si debbono intendere le altre parole dell’Apostolo: «La nostra Pasqua è Cristo che è stato immolato» (1Cor 5,7). Egli è la nostra meta, il nostro passaggio è verso di lui.

Agostino d’Ippona

mercoledì, 19 marzo 2008

Freedom and order: nella culla del Rinascimento italiano quattro “mostri sacri” della grafica olandese

4764cbf8a354f4be970514f7321c7343.jpgAll’Isia di Urbino, dal 7 all’11 aprile, Karel Martens, Armand Mevis, Maureen Mooren e Peter Bilak protagonisti di conferenze, workshop, mostre.

Urbino, 17 marzo 2008 - Freedom and order, l’evento che nel titolo prende spunto dallo stile progettuale dei maestri della grafica olandese - ovvero perfetto equilibrio tra rigore e sperimentazione - ne porta, per la prima volta in Italia, quattro insieme: Karel Martens, Armand Mevis, Maureen Mooren, Peter Bilak.

L’Olanda è infatti uno dei Paesi “guida” nell’ambito della grafica e della tipografia grazie ad una diffusa cultura della progettazione visiva, legata anche alla sensibilità della committenza pubblica e i quattro graphic designer invitati dall’Isia (Istituto Superiore Industrie Artistiche) di Urbino, ne sono autorevoli testimoni.

Appartenenti a generazioni diverse, ma accomunati dal riconoscimento internazionale per il proprio lavoro e dall’impegno nella didattica ad alto livello, i quattro progettisti lavoreranno per un’intera settimana con gli studenti che avranno così l’opportunità di entrare in relazione diretta con quanto di meglio e di più innovativo offre la scena mondiale.

Il programma della manifestazione si apre lunedì 7 aprile alle ore 15.30 con una conferenza aperta al pubblico, ad ingresso libero, per continuare fino a venerdì 11 con il workshop Crossover, riservato ai frequentanti il corso di diploma di secondo livello in comunicazione visiva. Il workshop sarà accompagnato da una mostra sui quattro maestri olandesi progettata dagli studenti stessi ed allestita nella nuova aula magna della scuola, che ha sede nel suggestivo monastero di S. Chiara, fondato per volere di Federico di Montefeltro.

Freedom and order è organizzato dall’Isia di Urbino con il patrocinio dell’AGI - Alliance Graphique Internationale, dell’AIAP - Associazione Italiana Progettazione per la Comunicazione Visiva e del Comune di Urbino.

Breve profilo dei protagonisti

giovedì, 13 marzo 2008

Casa di Augusto

4463850c247222f9a62f2836919533fd.jpgLa Soprintendenza speciale per i beni archeologici di Roma è da tempo impegnata in un vasto piano di restauro, di attività investigative e di studio dell’intero complesso delle costruzioni che Augusto realizzò sul Palatino.
Molteplici sono gli interventi effettuati: da quelli di ordine statico-strutturale a quelli di ricomposizione e ripristino della decorazione pittorica: Quest’ultimo ha interessato, in particolare, il nucleo della reggia augustea situato sul pendio meridionale del colle nel tratto adiacente al tempio di Apollo Aziaco, compreso tra le Scalae Caci e le Biblioteche di Domiziano.

Il sito, finora escluso dal circuito di visita, il 10 marzo viene aperto ai numerosi visitatori del Palatino. La Casa di Augusto costituisce il monumento massimo del colle, al quale pochi altri possono venire paragonati per importanza storica e interesse archeologico, e nel quale si rinvengono le espressioni artistiche più alte, trattandosi della residenza imperiale.
In quest’ultimo biennio, per raggiungere l’obiettivo dell’apertura al pubblico, l’attività e le risorse finanziarie a disposizione della Soprintendenza speciale per i beni archeologici di Roma si sono concentrate essenzialmente attorno al peristilio (giardino porticato a colonne) della prima fase della Casa di Augusto (quando ancora non era imperator), sui cui lati settentrionale e orientale si aprono i locali più rappresentativi dell’abitazione.
I lavori di restauro dell’edificio si sono focalizzati sul ripristino delle coperture di alcuni degli ambienti, per consentire la ricollocazione dei preziosi affreschi, rinvenuti in frammenti minuti tra le terre di scavo e adesso ricomposti e restaurati. A tutto ciò, si sono aggiunte le opere di messa in sicurezza e sistemazione dei percorsi.

Proprio grazie all’allestimento di un percorso attraverso il peristilio stesso, viene così aperto alla visita il settore della casa che eccelle per l’altissima qualità delle sue decorazioni pittoriche. Oltre al cosiddetto studiolo dell’imperatore, preziosa testimonianza del raffinato gusto decorativo augusteo e aperto in occasioni particolari negli scorsi anni - per esempio per la settimana dei beni culturali - , sono restituiti nel loro primitivo aspetto e per la prima volta visibili a studiosi e pubblico: il “cubicolo inferiore”, il grande oecus (ambiente di soggiorno e di ricevimento) e i locali denominati della rampa e dell’antirampa. Le loro splendide decorazioni, capisaldi nella storia della pittura romana, fanno della casa del primo imperatore il maggior complesso pittorico di secondo stile che si sia recuperato in questi ultimi decenni.
Con la imminente riapertura della Casa di Livia - dove, ormai da tempo, si è provveduto ad una definitiva copertura dell’atrio a salvaguardia degli affreschi, e si stanno restaurando i dipinti del tablinum e dell’ala sinistra - si realizzerà un vero e proprio museo in situ della pittura decorativa di età protoaugustea.
Di recente ultimazione sono i restauri del podio di Apollo Aziaco, che hanno consentito l’identificazione di luoghi celebrati dai poeti augustei, quali il portico delle Danaidi e la Bibliotheca ad Apollinis, luogo citato dalle fonti (Svetonio) dove Augusto era solito riunire il Senato.
Sono ancora in atto lavori diretti ad arrestare i dissesti statici che interessano il settore meridionale del complesso, lavori che hanno consentito l’identificazione del supposto Lupercale.

I restauri della decorazione pittorica

Gli ambienti venuti alla luce dagli scavi eseguiti nella zona augustea dal professor Gianfilippo Carettoni alla fine degli anni ‘70 del secolo scorso, decorati con affreschi e stucchi, rappresentano un importante esempio di pittura romana di metà del I sec. a.C. risultato di una impegnativa opera di restauro che ha interessato il grande oecus, l’ambiente della rampa, due cubicoli sovrapposti.
Nel cubicolo superiore (il cosiddetto studiolo di Augusto) la situazione generale emersa dallo scavo era abbastanza diversificata: rimanevano circa due terzi dell'affresco della parete frontale, una parte della volta era crollata e conservava un grosso frammento di pittura e stucchi, mentre tutto il resto della decorazione era ridotto in frammenti.
Il cubicolo inferiore conservava la quasi totalità della decorazione ancora sulla muratura originaria, mentre la fascia superiore delle pareti laterali è stata ritrovata in frammenti nell’interro.
Nell’oecus si sono ritrovati i frammenti degli affreschi della parte superiore delle pareti dell’”antisala”, laddove il resto della decorazione rimasta ancora in situ si presentava molto deteriorata, tanto da richiedere un significativo intervento di consolidamento e di reintegrazione per restituire la leggibilità dell’insieme.
Nell’ambiente della rampa la decorazione delle volte e gran parte delle pareti dell’antirampa sono state raccolte anch’esse in frammenti.
Il restauro degli ambienti, pertanto, ha richiesto insieme con l’intervento sulle superfici ancora in situ, anche e soprattutto la ricomposizione dei frammenti, attraverso cui giungere alla restituzione dell’impianto decorativo di questa ala della Casa di Augusto, così come era al tempo dell’Imperatore.

Stanziamenti erogati
La Casa di Augusto nell’ultimo biennio ha ricevuto finanziamenti mirati a rendere possibile l’apertura al pubblico di almeno un settore dell’intero complesso imperiale.
Gli stanziamenti degli ultimi due anni sono stati pari a € 1.790.000 così ripartiti: € 1.540.000 per la Casa di Augusto e € 250.000 per la Casa di Livia. Con l’iniziativa del MiBAC, Maratonarte, si prevede che possano essere restaurati altri ambienti significativi in un settore della Casa di Augusto ancora chiuso al pubblico. In particolare la “stanza delle prospettive” e alcuni ambienti adiacenti. Per questi lavori lo stanziamento previsto è pari a circa € 400.000. Con i fondi “Roma Capitale” riferiti alle annualità 2005-2006, la Soprintendenza speciale per i Beni Archeologici di Roma potrà proseguire anche i restauri all’interno della Casa di Livia, comunque già avviati.


Indirizzo:
Via di S.Gregorio, 30 e Largo Salara Vecchia (biglietterie)
Orario di apertura:
Orario dell'area archeologica Palatino e Foro Romano. La visita è consentita a piccoli gruppi e l'accesso all'interno degli ambienti è limitato a 5 persone alla volta per motivi di sicurezza e conservazione.
Biglietti:
Intero € 11,00; ridotto € 6,50. Il biglietto consente l'accesso al Colosseo ed alla mostra "Trionfi romani", alle aree del Palatino e del Foro Romano.
Informazioni e prenotazioni:
+39.06.39967700 (lunedì-sabato 9-13.30 e 14.30-17); www.pierreci.it
Come arrivare:
Bus 60 – 75 – 85 – 87 – 117 – 271 – 571 – 175 – 186 – 673 - 810 – 850 – C3 - tram 3 – Metro linea B fermata Colosseo.

venerdì, 07 marzo 2008

News da Cinematografo: A(lba) B(ra) Cinema

Due festival in uno: dal 7 al 16 marzo, film, tv e corti. Con super ospiti: Haggis, Baricco, Ambra e Littizzetto


L'infinito - anzi, l'originario Infinity - incontra il corto. Ci voleva un appuntamento votato alla spiritualità per compiere il miracolo: due festival che, giunti entrambi alla settima edizione, anziché farsi la guerra decidono di sposarsi, rinunciando alle proprie date abituali per fare coppia e valorizzare natura e cultura del territorio. Succede con Alba e Bra in Festival: dal 7 al 16 marzo, dieci giorni di cinema in Langhe e Roero. Alba International Film festival aprirà il 7 marzo, per poi passare il testimone a Corto in Bra il 12, sotto l'egida di testimoni d'eccezione, quali Paul Haggis, premio Oscar per Crash e la sceneggiatura di Million Dollar Baby di Clint Eastwood. Sarà lui il 6 a inaugurare Alba, che gli ha concesso Carta Bianca (8 film fondamentali per la sua carriera, tra cui La finestra sul cortile e Blow Up) e che ospiterà una lezione di cinema del regista Usa il 7: "Haggis è la sintesi di ciò che Alba vuole essere: nasce come sceneggiatore tv, a 45 anni passa a scrivere per il cinema e poi alla regia", dice Savina Neirotti della Scuola Holden. A partire proprio dall'entrata della Holden - tra gli altri, Bruno Fornara - nella direzione artistica del festival albese presieduto da Paolo Pellegrini, molte le novità all’interno della programmazione delle due manifestazioni: Alba allarga il suo campo di riflessione anche alla televisione con la tre giorni Fictionscape, che vedrà fra gli ospiti Giovanni Minoli, Mattia Torre e Giorgio Simonelli e uno scrpt and pitch per mettere in contatto giovani autori televisivi e produttori Rai, Mediaset e Sky, mentre Cinema Corto in Bra si apre alla musica con il concorso internazionale Shorts & Music dedicato a cortometraggi sul mondo musicale, sottoposti al giudizio del regista Gianni Zanasi (Non pensarci) e il leader dei Negrita Pau. Nella settimana albese, oltre al concorso internazionale di dieci opere prime e seconde inedite in Italia (giuria popolare presieduta da Agostino Ferrente), un posto d'onore avrà la rassegna eXistenZe sul tema "solo Ridere", con dieci film della storia del cinema - quali La vita è meravigliosaSecondo tragico Fantozzi - introdotti da altrettanti personaggi dello spettacolo, tra cui Luciana Littizzetto, Carlo Mazzacurati, Giacomo Poretti e Silver. A corredare la rassegna una serata sul tema "Ma Dio ride?", con la partecipazione degli studiosi Paolo De Benedetti e Ugo Volli, mentre tra gli eventi speciali spicca il concerto degli Esagramma, musicisti disabili, introdotto da una conversazione filosofica tra monsignor Sequeri e Umberto Galimberti. Tra gli ospiti d'eccezione, anche Alessandro Baricco, che ad Alba porterà la sua esperienza di scrittore passato al cinema con la regia di Lezione 21, di prossima uscita. Nella settimana braidese, viceversa, ci sarà abitualmente spazio per i corti italiani con Silvio Soldini a presiedere la giuria, mentre per valutare i corti internazionali figurano, tra gli altri, Bård Breien (regista norvegese autore di The art of negative thinking - Torino Film Festival 2007) e Ambra Angiolini. Ancora, doc musicali in collaborazione con In-Edit Festival di Barcellona, una serata dedicata al cinema di montagna raccontata da Davide Longo e concerti, incontri, dj set nei locali braidesi. Per maggiori informazioni: www.albafilmfestival.com e www.cortoinbra.it

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