venerdì, 13 giugno 2008
Nell’inferno dove vivono gli angeli
di Giulia Cananzi, foto di p. Floretta
«Un inferno popolato dai bambini dove non ho mai incontrato un vecchio e da cui si ritorna con un graffio nel cuore», così padre Danilo Salezze, direttore generale del «Messaggero di sant’Antonio», descrive le grandi discariche intorno a Manila, all’indomani di un viaggio nelle Filippine per mettere a punto il progetto di giugno, il più impegnativo per la Caritas Antoniana. Un unico grande progetto, una scuola per 600 scavenger, i bambini che rovistano tra i rifiuti in cerca di pezzi buoni da rivendere. La discarica è un microcosmo: in essa si lavora, si vive, si gioca, si vende e si compra in un’assurda normalità. È la pianta malata di un Paese contraddittorio in cui la forbice tra ricchi e poveri continua ad allargarsi, complice la corruzione e un processo d’inurbamento selvaggio che ha ammassato milioni di derelitti nelle grandi periferie. 43 milioni di filippini vivono con meno di due dollari al giorno.
In una vita fatta di nulla, anche i rifiuti diventano un tesoro, tanto che intorno a essi si è creata una piccola economia che coinvolge i bambini. Ai bordi delle montagne di spazzatura stratificata sorgono le baraccopoli, a volte sospese su palafitte fatiscenti, altre volte incastonate nei cimiteri, come a Navotas, tra le tombe, in un caotico miscuglio di vita e morte.
In questi luoghi vivono migliaia di bambini, molti abbandonati, moltissimi non iscritti all’anagrafe. Per legge non esistono. E da anonimi spesso muoiono, come nel 2000, quando un crollo improvviso a Payatas, la più grande discarica della capitale, ne inghiottì a decine. Vuoti a perdere come le bottiglie di vetro e plastica che trasportavano sulle spalle, in sacchi più grandi di loro.
In questo girone dantesco padre Danilo è andato con una guida di eccezione: Genny Carraro, italiana, nostra referente, raro caso di operatrice umanitaria non vedente. Genny appartiene al Children’s Relief Fund, un’associazione locale che ha due centri, i Papa John, per il recupero dei minori delle discariche e che Caritas Antoniana sta sostenendo da sei anni. Assieme a loro, qualche operatore e padre Paolo Floretta, il fotografo, l’occhio attento di questo reportage.
Seguiamo lo strano manipolo nell’inferno dove vivono gli angeli attraverso le parole di padre Danilo, gli occhi di padre Paolo, il cuore di Genny, il nostro Virgilio cieco.
Dal diario di padre Danilo:
«Non si può dimenticare Manila. Ciò che hai visto ti resta attaccato alla pelle, ti pesa sul cuore. L’emozione più grande è un bambino, vestito di stracci che, vedendomi in tonaca, mi prende la mano e se la porta alla fronte in cerca di una benedizione. E non mi chiede altro.
Genny mi guida a Navotas, uno dei quartieri più popolosi della periferia. Visitiamo una baraccopoli sospesa su palafitte nel marciume nerastro della baia di Manila. La spiaggia su cui cammino è un letto di spazzatura. Saliamo su un ripiano sconnesso. Mi sorprende l’autonomia di Genny. Dagli ampi buchi tra i tronchi s’intravedono nell’acqua alcune canne spezzate. Mi balena un pensiero atroce: se un bambino cadesse da qui? Ai lati delle viuzze s’affacciano le baracche, anfratti da cui sbucano timidi sorrisi, neonati seminudi, mani che salutano. Mi spiegano che basta un tifone per inghiottire in un attimo queste vite in bilico.
La seconda tappa è il cimitero. Ha l’entrata solenne di tutti i camposanti, ma se continui vai davvero in un altro mondo: tra le tombe, nelle tombe, sulle tombe, si dorme, si gioca, si mangia, si vende, si respirano odori di ogni tipo, si vegliano i morti del giorno prima. Intorno fango, liquami, cani rognosi anch’essi cimiteriali e un mare di bambini che sorridono. Poi la vita ti sorprende: tra i loculi un gruppo di ragazzini ha costruito un biliardino. E capisci che questa è la loro normalità».
Payatas
«Payatas a Quezon City è la più grande discarica di Manila. Una montagna, anzi una catena montuosa di rifiuti. Sulle pendici, frotte di rifiutati intenti a un’arrampicata di sopravvivenza. Il sole a picco riscalda la spazzatura e la montagna fuma, ribolle di miasmi insopportabili. Un Golgota di poveri cristi che affondano nei marciumi, emergendo con brandelli di niente. Un niente che li fa vivere, almeno fino a domani...
Tra loro moltissimi bambini, armati di uncino. I più fortunati hanno un paio di stivaletti di plastica, gli altri affondano con i piedi nella melma. Alcuni sembrano piccolissimi, ma è difficile dare l’età ai bambini denutriti. Ti sorridono ma sono affetti da pustole e infezioni di ogni tipo, alcuni hanno ciuffi di capelli rossi: non è tintura, è l’effetto della mancanza di nutrienti essenziali. Payatas è anche il regno della criminalità e della prostituzione, dell’abuso e della colla aspirata per non sentire la fame.
Chiedo a Genny: “Tu come vedi questi bambini?”. Mi risponde come sempre, senza la retorica del non vedente che fa l’eroe: “Sono vivacità, movimento, risate: un turbinio di vita intorno a me. Le loro manine piccole mi stringono, mi toccano, mi accarezzano, hanno per me il calore del primo raggio di sole all’alba. E sento che se ridono loro tutto è possibile”. Capisco che lei vede oltre e oso: “Che cos’è il limite Genny?”. “È un aspetto della condizione umana. Non voglio dire che la mia cecità non sia un limite, ma è anche una sfida a vedere in modo diverso, a non dare nulla per scontato. Quando prendo per mano uno di questi bambini, ricordo quando altri prendevano per mano me per permettermi di correre, di giocare, di disegnare... di essere me stessa”.
Mentre cammino nel sentiero fangoso, cercando di schivare il peggio, penso a san Francesco: il suo famoso bacio al lebbroso come potrebbe riattualizzarsi qui a Payatas?
Di lì a poco mi arriva la risposta, incredibile, sorprendente. Ai piedi della montagna dannata m’imbatto in una chiesetta dedicata a sant’Antonio. All’interno la sua statua sorride di fronte a decine di bambini che si ammassano intorno a volontari: c’è chi medica pustole, chi dà da mangiare, chi insegna qualche parola d’inglese. Il nostro Santo è arrivato fin qui già da tempo e forse ci stava aspettando».
«Siamo a Muzon Taytay, nella provincia di Rizal, confinante con Metro Manila. Finalmente una boccata di speranza. Qui costruiremo aule e laboratori e li affideremo allo Shalom Learning Center, un’ottima scuola, creata da insegnanti specializzati nel recupero dei bambini di strada, che sta per chiudere perché non è in grado di sostenere l’affitto dei locali.
Costruire una scuola ai confini delle baraccopoli non è solo un fatto di mattoni e cemento. L’ho capito quando ho visto le operatrici filippine fare scuola nelle palafitte: prima di iniziare assegnavano a ciascun bambino un nome, gli restituivano per quel che potevano il diritto di esistere. L’ho capito anche quando una mamma di Navotas, guardandomi con occhi tristissimi, mi ha detto nel suo inglese stentato: “No school, no future” (niente scuola, niente futuro).
Nelle filippine c’è uno dei peggiori sistemi scolastici del mondo: con 60 bambini per classe, non si può né insegnare né apprendere. La Shalom ha classi di 25 bambini, che segue a 360 gradi arrivando ad aiutare anche le famiglie. La scuola che costruiremo potrà accogliere 600 bambini, offrirà formazione umana e professionale, seguirà i piccoli anche dal punto di vista psicologico. Diventerà un polo educativo, un modello da proporre in altre zone.
Le Filippine mi fanno l’ultima sorpresa: sul luogo dove verrà costruita la scuola le insegnanti hanno creato un perimetro di bambini. La vita non si arrende, grazie a Dio».
Il Progetto in breve
Costruzione della scuola:
- 10 aule
- 3 laboratori
- biblioteca
- aula computer
- sala insegnanti
- mensa
- infermeria
- area ricreativa
- stanza per insegnante del turno di notte
- uffici amministrativi
- Mobilio, attrezzature e corsi di formazione Euro 250 mila in due anni
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